La Cultura della Birra Belga: Patrimonio UNESCO dal 2016
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Dal 1880 al decennale UNESCO: la storia della cultura birraria belga fino a patrimonio dell’umanità
Nel 2026 ricorre un anniversario brassicolo significativo.
Attenzione, non sto parlando dei trent’anni della birra artigianale italiana, piuttosto del decennale dell’ingresso della cultura birraria belga nella “Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità” dell’UNESCO. Era infatti il 2016, novembre per la precisione, quando il Belgio vide riconosciuta a livello mondiale la sua cultura della birra.
A cosa servono le liste dell’UNESCO?
Le Liste dell’Unesco servono a sensibilizzare le persone alla salvaguardia di quel patrimonio immateriale proprio di ogni cultura umana, patrimonio fatto di usi, costumi, tradizioni che caratterizzano una certa popolazione.
L’UNESCO (acronimo di United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) nasce all’indomani della seconda guerra mondiale come organizzazione volta a promuovere la cultura della pace universale. Lo scopo era cercare di instaurare un dialogo tra i popoli che andasse oltre le solite relazioni economiche e diplomatiche, relazioni che erano servite a ben poco per impedire lo scoppio di due guerre mondiali in trent’anni.
In quest’ottica, danneggiare il patrimonio culturale di un popolo equivale a fare un danno a tutta l’umanità. E ogni Paese ha il suo patrimonio culturale. Per il Belgio e i belgi una parte importante di questo capitale è la cultura della birra. Ovvero, il fare e apprezzare la birra in quanto consuetudine sociale, identitaria e anche storica. In Italia, gli iscritti alle liste ricevono anche finanziamenti e visibilità mediatica, il che non fa mai male.
Dunque, oltre alla qualità del prodotto-birra, qui contano anche il patrimonio di conoscenze, le tradizioni e il ruolo quotidiano della birra nella società belga. Per non parlare poi delle tipologie di birre, oltre 1.500 tra etichette e stili diversi, in un Paese grande poco più del Piemonte o della Sicilia.
In Belgio la birra è “cosa quotidiana”, viene usata comunemente anche per cucinare, produrre alimenti come il formaggio con la crosta lavata alla birra della foto. Per non parlare, poi, degli abbinamenti tra birre e cucina locale dove notoriamente si raggiungono vette altissime.

Storia di come la cultura birraria belga è arrivata all’UNESCO
Andiamo però un po’ più indietro nel tempo, perché la valorizzazione dell’eredità della birra belga inizia prima dell’iniziativa dell’UNESCO. Già nel 1880, in occasione del cinquantenario dello Stato belga, una grande esposizione nazionale definiva la birra “l’unica vera bevanda nazionale”, evidenziando così quanto fosse connaturata all’identità del Paese.
Questo è molto importante anche perché il Belgio, come l’Italia, ha una storia molto frammentata e non certo priva di conflitti. Consideriamo, per esempio, che il riconoscimento dell’UNESCO è arrivato prima alla cultura birraria delle Fiandre (2011), poi alla Vallonia (2012) e solo dopo a tutto il Paese.
Vorrei solo aggiungere che le esposizioni nazionali del passato costituiscono dei forzieri di informazioni: da quella di Firenze del 1861, abbiamo scoperto quanto fosse diffusa la cultura del luppolo nella (neo)Italia nell’Ottocento.
Ma torniamo al Belgio.
Nel Novecento questo patrimonio birrario si consolida. Monasteri e abbazie mantengono vive le tradizioni secolari, mentre i birrifici a gestione familiare continuano a tramandare di generazione in generazione mestiere e ricette. Attorno a loro cresce una rete di caffè, associazioni brassicole e feste popolari. Tutte cose di cui ancora oggi troviamo le testimonianze quando si viaggia in Belgio e che costituiscono la spina dorsale di una tra le culture birrarie più importanti del mondo.
Sul piano istituzionale il percorso UNESCO inizia nel 2014; l’anno dopo, il Belgio presenta ufficialmente la candidatura della “Beer culture in Belgium” come elemento di patrimonio culturale immateriale (dossier n. 01062 il 23 marzo 2015). Fu un momento straordinario anche perché rappresentò un lavoro congiunto tra le comunità belghe di lingua fiamminga, francese e tedesca (e che di solito non sono per nulla collaborative tra di loro).
La decisione arrivò alla undicesima sessione del Comitato Intergovernativo per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, ad Addis Abeba (Etiopia): il 30 novembre 2016 quando la “beer culture in Belgium” viene iscritta nella Lista Rappresentativa. La valutazione dell’UNESCO certifica che la candidatura soddisfa tutti e cinque i criteri richiesti. Non mi dilungo oltre perché tempo fa avevamo raccontato della petizione del CAMRA per fare la stessa cosa con le Real ale britanniche. In quell’articolo avevo inserito un po’ di dettagli su come funziona l’accreditamento Unesco, e anche quali sono questi cinque criteri.
Ma nello specifico, cosa riconosce l’UNESCO?
L’UNESCO sottolinea che “fare e apprezzare la birra” in Belgio è parte di un patrimonio vivente che coinvolge comunità diverse in tutto il Paese, sia nella vita quotidiana sia nelle occasioni festive. Quasi 1.500 tipologie di birra, prodotte con metodi differenti, esprimono una diversità di stili unica al mondo: dalle fresche blanche alle saison tradizionali valloni, dalle oud bruin fiamminghe ai lambic e gueuze a fermentazione spontanea, fino alle birre d’abbazia e trappiste. Queste ultime, come noto, reinvestono parte dei proventi in opere sociali e comunitarie, incarnando ancor più profondamente il legame tra tradizione e comunità di appartenenza.
La birra in Belgio è “linguaggio sociale” e grande artigianato. Bevanda, certo, però anche elemento di identità nella cucina (piatti alla birra, formaggi lavati in birra, gli abbinamenti gastronomici). Ma è anche iconografia, pensiamo ai bicchieri specifici per ogni marca/stile. E poi anche ritualità condivisa, per esempio nei caffè (e qui la mente va ai pomeriggi trascorsi a sorseggiare faro in rue Montagne, À La Mort Subite), oppure nelle feste cittadine e campagnole.
In Belgio, la trasmissione del sapere birrario è vasta: avviene in famiglia, nei circoli sociali, nelle scuole di birrificazione, nelle università e nei centri di formazione pubblici, nei musei dedicati, segnando una continuità intergenerazionale e anche onnicomprensiva che è uno dei punti di forza del riconoscimento.
L’iscrizione evidenzia inoltre il contributo economico e sociale delle pratiche birrarie: la birra sostiene la vitalità della comunità locale, crea ambienti vivi, partecipati, luoghi di aggregazione, e dunque rafforza il senso di appartenenza e costruisce quell’identità collettiva (che si percepisce, eccome se si percepisce quando si viaggia in Belgio nei luoghi della birra). Tutti questi aspetti sono stati sottolineati nelle motivazioni della decisione formale del Comitato (11.COM 10.b.5).
Per tutelare questo patrimonio, il Belgio ha messo in campo varie misure: si va dalla formazione professionale alla promozione di pratiche rispettose dell’ambiente, passando dal sostegno ai birrifici sperimentali. Cercando un equilibrio fra tradizione e innovazione, ovvero quella magia che ritroviamo quando viaggiamo tra Vallonia e Fiandre.

