Buona questa Birra!: quando la collaborazione diventa il modo per raccontare la birra artigianale
«Buona questa birra!», e non è solo un modo di dire
Durante le scorse settimane abbiamo visto decine di birrifici lavorare attorno alla stessa birra, o meglio alla stessa idea di birra. Si chiama Buona questa Birra! il progetto di “birra di gruppo” ideato da Unionbirrai per celebrare i trent’anni della birra artigianale italiana.
Il 1996 è l’anno simbolico in cui cominciarono a nascere a nascere alcune realtà destinate a durare e a dare il via al movimento. Erano una manciata di pionieri, ma sufficienti a formare quello zoccolo duro su cui si sarebbe poi costituita la nostra scena artigianale. Alcuni di quei nomi sono ancora attivi e hanno dato un contributo enorme all’affermazione della birra artigianale nel mondo.
Dicevamo, 30 anni.
Trent’anni è anche quell’età in cui, se la birra fosse una persona, comincerebbe a dire frasi del tipo: «eh, non son più quella di una volta». Ed è vero, perché in tre decenni la birra artigianale italiana è diventata adulta e oggi si presenta in una forma smagliante. Sì, ho scritto “smagliante” perché secondo me nelle produzioni odierne c’è una qualità media mai vista ed è un piacere andare a giro ad assaggiare etichette nuove. Prima, ai cosiddetti tempi d’oro, poteva capitare più spesso che l’esperienza fosse solo “interessante”. Se capisci che cosa intendo.
Tuttavia, come ben sappiamo, il settore sta attraversando un momento di crisi del mercato, a causa di una congiuntura poco favorevole: aumenti del prezzo delle materie prime, clima, aziende micro che faticano a trovare i propri sbocchi commerciali e così via.
In realtà, ciò che è finito sono i bei tempi andati, quelli dell’adolescenza spensierata e incosciente. Ed è una consapevolezza dolceamara per chi li ha vissuti. Adesso la birra artigianale italiana è adulta, matura, si trova sempre più spesso alla spina in pub insospettabili e sa conquistare i suoi spazi, ancora troppo minuscoli e ancora troppo poco visibili, in un mercato che, ricordiamolo, è difficilissimo: con un consumo pro capite tra i più bassi d’Europa, con tanti consumatori che preferiscono le birre industriali, per non parlare di chi non beve o sceglie solo consumi domestici e abuon mercato per risparmiare.
In questo scenario, Unionbirrai ha deciso di festeggiare il trentennale coinvolgendo decine di birrifici a brassare la stessa birra. La stessa, si fa per dire. Diciamo la stessa ricetta comune: una Italian Pils , la pils col dry hopping ideata da Agostino Arioli del Birrificio Italiano, tra i pionieri del movimento.

L’iniziativa ha coinvolto circa cento birrifici indipendenti distribuiti in tutta Italia e ha trovato il suo momento clou nella Giornata Nazionale della Birra Artigianale del 23 giugno e durante Birrifici Aperti, la settimana in cui molti produttori hanno aperto le porte dei propri impianti a curiosi e appassionati. Cose normali, che talvolta funzionano meglio delle grandi campagne (di cui però non si dovrebbe fare a meno, n.d.PM) perché creano l’occasione per avvicinare il pubblico a un mondo che spesso resta poco conosciuto.
Il bilancio di Unionbirrai è positivo. In molti birrifici le scorte di Buona questa Birra sono terminate nel giro di pochi giorni. Un riscontro, dicono da UB, arrivato anche da persone che abitualmente scelgono birre industriali o che si avvicinavano per la prima volta alla produzione artigianale. Inoltre, la scelta dell’Italian pils, uno stile pulito, equilibrato e di facile beva si è rivelata efficace per abbattere quella soglia d’ingresso che talvolta può intimorire chi non conosce ancora il settore. Ma questo Agostino Arioli lo aveva capito quando ha creato quel piccolo capolavoro che è la Tipopils, capostipite dello stile.
Tuttavia, il valore di Buona questa Birra! va probabilmente cercato anche altrove. Il mondo artigianale italiano è molto frammentato: parliamo di un comparto formato da piccole imprese, in cui ciascun birrificio costruisce la propria identità attraverso ricette, territorio e la mano del birraio. In generale parliamo di birre basate su un forte taglio personale a livello di interpretazione ed esecuzione. In un contesto del genere, già il solo fatto di condividere una stessa base produttiva tra tanti artigiani ha rappresentato un esercizio di collaborazione inedito, a cui guardare con interesse.
Ogni birrificio ha ospitato un gruppo di birrai e assieme hanno realizzato la propria versione della ricetta, dimostrando come, anche partendo dagli stessi ingredienti, possano emergere sensibilità, tecniche e sfumature differenti. Per chi legge e non è avvezzo alle birre artigianali, questo è il bello: la mano del birraio – in questo caso il lavoro di un gruppo – caratterizza il prodotto e ne arricchisce l’esecuzione. Per fare un paragone un po’ liso ma pertinente con la cucina, è come andare ad assaggiare interpretazioni dello stesso piatto fatte da chef diversi. Capiamo che c’è da divertirsi.
Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’iniziativa, ovvero l’aver scelto di promuovere il movimento esaltandone le molteplici sfaccettature del prodotto. L’avevo già scritto alla presentazione del progetto: mi piacerebbe assaggiare due o tre esecuzioni diverse di Buona questa Birra.
Alla luce dei risultati raccolti, Unionbirrai ha già annunciato l’intenzione di dare continuità al progetto, coinvolgendo un numero ancora maggiore di birrifici e affinandone l’organizzazione. Iniziative di questo tipo possono contribuire a rendere la birra indipendente italiana più comprensibile e più vicina anche a chi ancora non la frequenta.
