Brewdog in vendita: il futuro del birrificio che fu punk
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Brewdog valuta la vendita: scenari e prospettive
La notizia di questi giorni è che il marchio scozzese Brewdog si sta muovendo per cambiare assetto proprietario. Secondo bbc.com, l’azienda avrebbe incaricato una grande società di consulenza finanziaria di individuare nuovi investitori oppure valutare una possibile vendita. Ancora non sono state prese decisioni definitive, ma la mossa in sé è un segnale inequivocabile che il Brewdog si trovi come minimo in una fase di transizione.
Brewdog e la sua parabola
Fondato nel 2007 da James Watt e Martin Dickie, Brewdog nasce in un garage nel nord della Scozia e in pochi anni diventa uno dei simboli della craft beer europea.
Oggi l’azienda Brewdog è globale, ha allargato il giro di affari, conta oltre duecento locali nel mondo, di cui 60 pub solo nel Regno Unito. In più ha birrifici attivi in Scozia, Stati Uniti, Australia e Germania. I dipendenti sono sui 1.400.
Le vicende di Brewdog hanno sempre diviso e appassionato chi segue il settore, specialmente gli scivoloni e specialmente le cose matte come le lattine d’oro e la compagnia aerea, solo per nominare due tra le decine di aneddoti e notizie. E le operazioni fuori dagli schemi non sono mai mancate. A un certo punto – modestamente – hanno pure “copiato” uno dei cavalli di battaglia di Pinta Medicea!
Brewdog ha avuto anche un “momento fiorentino”, quando dodici anni fa aprì il Brewdog-Firenze in via Faenza, proprio dove adesso si trova Alibi pub.
Nel corso degli anni Brewdog ha costruito la propria immagine anche attraverso collaborazioni simboliche. Emblematica quella con il birrificio trappista La Trappe, per esempio, un’operazione che solo pochi anni prima sarebbe sembrata impensabile per un marchio che si definiva punk e anti-sistema.
A un certo punto, però, sono iniziati i problemi.
Qualche anno fa è uscito un documentario della BBC, The Truth About BrewDog, dove si indaga l’azienda, i suoi fondatori e si scoprono un sacco di vicende, diciamo, poco punk. A suo tempo l’abbiamo visto e poi raccontato in questo articolo dove si parla delle zone grigie nella gestione finanziaria che si basava anche su enormi crowdfunding assolutamente rivoluzionari per il mondo della craft beer, ma con zone opache e risvolti –ancora – molto poco punk. Brewdog ha avuto anche il suo MeToo, con accuse di molestie e tossicità all’ambiente di lavoro e al suo fondatore. Consiglio la visione del documentario.
Ma torniamo alla notizia del giorno.
Un periodo difficile
La decisione arriva dopo un periodo difficile in cui c’erano stati diversi, importanti segnali d’allarme sulla salute del Brewdog-società, come lo stop alla produzione di gin e vodka nella distilleria di Ellon, i tagli al personale dopo la perdita di 37milioni di sterline nei bilanci e la chiusura di 10 Brewdog bar in UK, incluso il locale flagship di Aberdeen.
L’azienda ha parlato apertamente di “clima economico impegnativo” e della necessità di rafforzare la sostenibilità a lungo termine del brand ritornando alle origini: la produzione di birra artigianale.
Nel 2025 il management ha lavorato sulla riduzione dei costi (tra cui naturalmente anche gli stipendi dei dipendenti) e l’efficienza operativa. Ora, l’obiettivo è valutare le nuove opzioni di investimento. Secondo la società, il processo dovrebbe creare un interesse significativo sul mercato.
Intanto, le attività dei locali e dei birrifici continuano regolarmente.
La fase di trasformazione ha coinvolto anche la governance aziendale. James Watt ha lasciato già da tempo il ruolo di CEO, assumendo la nuova posizione di “captain and co-founder” (qualunque cosa significhi nell’assetto societario). Martin Dickie ha invece lasciato l’azienda per motivi personali.
Negli ultimi anni il brand è stato spesso al centro del dibattito, tra campagne marketing aggressive e polemiche sulla cultura aziendale. Nel 2024 ha suscitato critiche la decisione di non assumere più personale con il real living wage, la paga commisurata al costo effettivo della vita, optando per il salario minimo legale.
Adesso si prospetta l’ingresso di nuovi investitori, o una cessione parziale, oppure una vendita completa con possibile scorporo di asset.
Per chi segue il mondo della birra artigianale, la fase che Brewdog sta attraversando suscita emozioni contrastanti. Brewdog è stato un modello di crescita, di utilizzo del crowdfunding su larga scala (e ora quell’army of punks che aveva finanziato il sogno, quasi certamente non riavrà i suoi soldi), di espansione internazionale della birra craft scozzese. Un esempio di cultura aziendale dichiarata innovativa, dirompente ecc. poi però smentita dai fatti.
[Immagine dell’intestazione presa dal sito BBC.com]

