Birra all’uva: il chiarimento ufficiale sulle etichette
Birra e uva: cosa cambia per le etichette
Non è una novità per noi appassionati che la birra possa può dialogare con il mondo del vino. Degustiamo grape ale da decenni e conosciamo le zone grigie della legge italiana che storicamente con ama le commistioni col mondo del vino. Tuttavia, finalmente, questo dialogo è ufficiale a livello statale. Le birre prodotte con ingredienti vitivinicoli – uva, mosto d’uva e derivati – possono essere commercializzate come birra, ma con una condizione precisa: l’ingrediente caratterizzante deve comparire chiaramente nella denominazione di vendita. E ci mancherebbe. È il chiarimento fornito dall’ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi) del Masaf, in risposta all’interpellazione presentata da Unionbirrai*.
Il riferimento normativo è l’articolo 2, comma 4, della legge n. 1354 del 1962, che definisce concetto di birra dal punto di vista legislativo. La logica, invece, è usare la massima trasparenza verso il consumatore. Se in ricetta entra l’uva (fresca, mosto, mosto concentrato o rettificato, vinacce), l’etichetta della birra dovrà riportarlo esplicitamente. Formule come “birra all’uva” o “birra con mosto d’uva” diventano quindi necessarie per una corretta denominazione di vendita.
Il chiarimento arriva dopo anni complicati per molti birrifici artigianali. In diversi casi si sono registrati sequestri, contestazioni e sanzioni legate proprio all’uso di materie prime di origine vitivinicola, spesso nel contesto delle birre in stile IGA – Italian Grape Ale. Un’incertezza interpretativa che ha frenato, almeno in parte, uno dei filoni più identitari della scena brassicola italiana. “Serviva un riferimento univoco su tutto il territorio nazionale”, ha spiegato Vittorio Ferraris, direttore generale di Unionbirrai. La risposta dell’ICQRF va in questa direzione: legittimità confermata, a patto di una comunicazione corretta e trasparente.
Non è una cosa da poco. Le birre in stile Italian Grape Ale rappresentano uno degli esempi più interessanti di contaminazione tra birra e vino – il famoso “anello mancante” tra i due mondi – un terreno dove tecnica brassicola e cultura enologica si incontrano e si uniscono in modo creativo. Negli ultimi anni l’interesse per le IGA è cresciuto, sia tra i produttori sia tra il pubblico evoluto, anche fuori dall’Italia. Questo passaggio normativo stabilizza il quadro. E, soprattutto, speriamo tolga un freno a chi vuole continuare a sperimentare con l’uva senza muoversi in una zona grigia.
[*A quanto vedo, però, il testo dell’ICQRF non è ancora pubblicato online –se qualcuno, come me, stesse cercando la fonte.]
[Nella foto Vittorio Ferraris]

