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Perché la birra artigianale italiana compie 30 anni?

Trent’anni di birra artigianale italiana: perché il 1996 è considerato l’anno zero?

Non molto tempo fa sedevo a una tavolata di amici che ogni tanto si bevono qualche birra artigianale. Non sono esperti né fissati, però a loro piace il prodotto, ogni tanto si comprano qualche bottiglia e se la bevono con piacere. Sono persone che – modestamente – ho iniziato io alle birre artigianali, cominciando da quello step fondamentale che è il passaggio in GDO.
GDO sta per grande distribuzione organizzata, in pratica acquistare le birre al supermercato. Concetto che in passato ha fatto indignare tanti puristi dell’artigianale, e probabilmente qualcuno continuerà a storcere la bocca anche oggi. Ma io lo ribadisco da sempre: il primo step in GDO è un modo molto più diffuso di quanto si pensi per entrare in contatto e di appassionarsi alla birra, di scoprirne la varietà. Se poi scatta la curiosità, allora prima o poi si arriva anche al beershop, alla taproom, al pub specializzato… insomma alla birra artigianale di prim’ordine.

Cosa compro al supermercato? Ho perso il conto di quante volte mi sia stata rivolta questa domanda da persone incuriosite. E a pensarci bene ha senso: se sei a far la spesa, è facile prendere anche qualche bottiglia “sconosciuta” per provarla. È altresì normale che si senta il bisogno di un minimo di orientamento tra le etichette sugli scaffali, è proprio il level 1 dell’approccio alla birra. Se a quesiti di questa natura si risponde: giammai la birra in GDO!, allora rischi di perderti per strada l’interessato. E il nostro settore ha tanto bisogno di gente che normalizzi il bere birra di qualità, soprattutto se artigianale.

Comunque, tornando a quella cena, gli amici mi hanno comunicato che vicino alla loro casa delle vacanze avevano trovato questo birrificio artigianale e che ogni tanto andavano a prendere qualche bottiglia e a farci merenda. Dalla gdo alla taproom (sul turismo birrario ci ritorneremo poi). Ho suggerito loro di guardare anche in rete, quest’anno ricorre il trentennale della birra artigianale italiana e ci sono tante iniziative in giro; il 23 agosto ci sarà Luppoleti Aperti, per esempio (ho iniziato a scrivere questo articolo prima del 23, nda).

Al che qualcuno ha iniziato a domandare: Perché è il trentennale della birra artigianale italiana? Che è successo? Che c’era prima? Ed è seguita una conversazione che ha animato la tavolata e mi ha fatto capire che questo anniversario che tutti noi appassionati stiamo celebrando da mesi, per molti altri non è qualcosa di noto e suscita delle curiosità su fatti che, in effetti, se si vive al di fuori di questo mondo, possono risultare oscuri. Dunque, ecco questo articolo, con alcune pratiche risposte essenziali.

30 anni di birra artigianale italiana, e allora perché il 1996 è considerato l’anno zero della nostra birra artigianale?

Perché nel 1996 aprirono oppure si consolidarono nella loro identità artigianale* quei primi microbirrifici che hanno dato forma al movimento. Non fu nulla di coordinato come racconta Kuaska, nacquero (o fiorirono) l’uno all’insaputa dell’altro. Il Novantasei è diventato il simbolo della “craft beer revolution” italiana, anche grazie agli effetti di un decreto dell’anno prima, che favorì la produzione di birra casalinga, aumentando le persone che iniziarono a dedicarsi all’homebrewing e la formazione di nuovi appassionati, un’ondata che è stata il coadiuvante per l’esplosione del movimento.

Quali sono questi primi birrifici storici?

Elenchiamoli: Centrale della Birra (Cremona); Birrificio Lambrate (Milano); Beba (Villar Perosa, To); Vecchio Birraio (Marsango, Pd); Turbacci (Mentana, Rm); Baladin (Piozzo, Cn); Birrificio Italiano (Lurago Marinone, Co). Alcuni non sono più attivi, altri sono ben presenti sulla scena odierna e continuano ad esserne protagonisti.

Cosa c’era prima del 1996?

Prima prevalevano i grandi birrifici industriali e la birra era vista e consumata come prodotto standardizzato. Certo, in Italia esistevano gli homebrewer che probabilmente non si auto-definivano così, qualche brewpub “pre-Novantasei”, pub che vendevano bottiglie un po’ diverse, d’importazione più o meno autogestita, ma mancava una filiera riconoscibile che inizia a costituirsi dal Novantasei, appunto.

Chi sono i “pionieri” più noti?

Oggi, Agostino Arioli (Birrificio Italiano) e Teo Musso (Baladin) sono i volti simbolo del movimento artigianale. A loro si aggiungono nomi della “seconda ondata”, come Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo), Nicola Perra (Barley), Valter Loverier (Loverbeer), Roberto Giannarelli (Petrognola), Giovanni Campari (Ducato) e altri che hanno tracciato un’identità brassicola italiana fatta di sperimentazione e ingredienti locali.

Birra artigianale italiana in bicchieri teku
Birra artigianale italiana in bicchieri teku. Teku sta per Teo (Musso) e Kuaska, gli ideatori di questo bicchiere da degustazione che col tempo è diventato un simbolo della degustazione della birra artigianale italiana, anche grazie alle sue linee eleganti.

Perché si parla di “rivoluzione” della birra artigianale italiana?

Perché in 30 anni si è passati da un pugno di microbirrifici a circa un migliaio tra microbirrifici e brewpub, con una produzione che da minuscola, potremmo dire quasi simbolica, è arrivata a centinaia di migliaia di ettolitri. Alle modalità produttive si aggiunge anche un cambiamento sociale: in questi anni è cambiato il modo di bere, di abbinare o comunque di considerare la birra come un elemento con “dignità gastronomica”. E poi, è cambiato anche il modo di raccontare la birra (forse con picchi di autoreferenzialità un po’ pesante e buffa, mi riferisco all’indigesto storytelling a tutti i costi che però non affligge il solo mondo della birra e mi pare sia passato un po’ di moda, grazie al cielo).

Cosa ha reso possibile questa crescita?

Una combinazione di fattori: semplificazione normativa, cultura del cibo di qualità, (progressivamente) il turismo enogastronomico, social media e un pubblico sempre più corposo e informato. Hanno aiutato anche le fiere di settore, i festival, le associazioni di categoria e di appassionati, la nascita dei beershop e delle taproom come luoghi di educazione al gusto per la birra di qualità.

La birra artigianale italiana ha uno stile suo?

Se parliamo di un’Italian way di fare la birra che la rende identificabile in quanto tale, allora sì. Da tanti anni – se ti va, concediti un viaggio nel tempo– Kuaska ne conta quattro: le birre alle castagne; le birre con cereali inusuali (farro per esempio); le birre cosiddette a “centimetro zero”, fatte con erbe, spezie, frutta locale, in omaggio alla biodiversità italiana; birre legate al mondo del vino (in cui si collocano le  IGA-Italian Grape Ale). Non sono stili codificati, ma caratteristiche identitarie del nostro modo di fare birra. Inoltre, accanto ai classici stili internazionali (pils, IPA, stout ecc.) sono nate interpretazioni “all’italiana”, come la mitologica Tipopils di Agostino Arioli che ha dato il via al fenomeno mondiale delle Italian pils. Altra particolarità nostrana è il peso rilevante dell’approccio gastronomico: spesso le nostre sono birre pensate per stare anche a tavola, e non solo per dissetare.

Quanto pesa oggi sul mercato?

L’Annual Report di Assobirra 2026 ci dice che birra craft rappresenta circa il 2,2% del comparto birrario nazionale, con una produzione stimata di 470 mila ettolitri. Numeri piccoli rispetto all’industria, certo, ma al contempo molto significativi per il peso culturale che si portano dietro e che ha cambiato il modo in cui oggi serviamo, abbiniamo e anche parliamo di birra.

Perché questo trentennale si festeggia in più date e luoghi?

Perché il “trentennale” non è né un singolo evento, né una singola data. Piuttosto si può considerare come un filo conduttore tra iniziative diverse: convegni, cotte speciali, birre commemorative, festival e aperture al pubblico di birrifici. Ogni realtà celebra a modo suo, creando un calendario diffuso in tutta Italia.

Cosa può fare chi si avvicina ora?

[Rispolverando un vecchio cavallo di battaglia di questo blog.] Partire dalla GDO con etichette accessibili, poi visitare la taproom di un birrificio**, seguire eventi come Luppoleti Aperti o anche il nostro calendario birrario (o il comodissimo canale Telegram). Quando si portano le bottiglie a casa, approfondire etichette e stili, provare abbinamenti a tavola oltre la solita pizza che ci sta bene e dà grandi soddisfazioni con la birra, intendiamoci, ma qui si parla di allargare un pochino i propri orizzonti e provare cose nuove. La curiosità è il motore: più si assaggia con attenzione, più si capisce la differenza tra industriale e birra di qualità, tra uno stile e l’altro, tra la mano di un birraio e quella di un altro.

Aggiungo una cosa che dico sempre ai corsi: artigianale non è sinonimo di qualità. Artigianale definisce un perimetro produttivo (che può variare molto da paese a paese, da tradizione a tradizione, ma non allunghiamo). La qualità invece si stabilisce nel bicchiere.

Chi è Kuaska?

Lorenzo Dabove, per tutti Kuaska, è una figura storica della cultura birraria italiana: degustatore, Maestro di tanti di noi, divulgatore, giudice, ha accompagnato il movimento artigianale fin dagli albori e ha contribuito in modo decisivo alla diffusione della cultura della birra di qualità, delle tradizioni birrarie (Belgio in primis). Se invece la domanda era davvero devo spiegare chi è Kuaska?, allora: santo cielo, suvvia.

Note varie

* Per esempio Teo Musso ha aperto il suo pub di Piozzo già negli anni Ottanta, ma è solo nel 1996 che l’ha trasformato in brewpub e ha iniziato a servire le sue birre Baladin.

** A Firenze, per esempio, il pub del Chianti Brew Fighters in via Pisana serve le birre di loro produzione. E anche Archea Brewery in via Serragli ha in spina ottime birre artigianali che fa produrre esternamente ma con ricette proprie ed esclusive (si trovano solo in spina lì al pub, tipo la Black Tower, ottima, nitro, dopo me ne vado a fare una pinta).

La foto dell’intestazione è della pizza di Berberè a Firenze.

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Francesca Morbidelli

Mi chiamo Francesca Morbidelli e sono tra i fondatori della Pinta Medicea, prima associazione di appassionati e poi blog dedicato alla birra artigianale in Italia. Dal 2007 scrivo articoli, recensioni e approfondimenti sul mondo della birra, gestendo anche le varie emanazioni social del sito. Da oltre quindici anni, sono docente e giudice in concorsi birrari internazionali, collaborando con realtà riconosciute come Unionbirrai e MoBI, e partecipando regolarmente a eventi e degustazioni ufficiali. La mia esperienza comprende sia la valutazione tecnica delle birre che l’educazione degli appassionati, attraverso corsi e workshop. Ho contribuito a guide e pubblicazioni sul mondo della birra artigianale, e gestisco anche rubriche dedicate ai birrifici, agli stili di birra e agli abbinamenti gastronomici. Puoi consultare il mio beer resume in inglese per una panoramica completa del mio percorso professionale. Sono inoltre presente sui principali social professionali: Twitter: @pintamediceaLinkedIn: Francesca Morbidelli. Per contatti diretti, puoi scrivermi ai contatti di Pintamedicea. Come amministratrice del sito Pinta Medicea, mi occupo di promuovere la cultura della birra artigianale italiana, valorizzando birrifici, stili, eventi e iniziative di settore. La mia missione in Pinta Medicea è condividere conoscenza, passione e competenza con tutti gli appassionati di birra.

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