Crisi della birra nel Regno Unito: tra costi in aumento e pub in difficoltà
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UK, birra alle stelle: +12,5% per una pinta. E per gli inglesi, non è uno scherzo
Nel Regno Unito la pinta non è una semplice unità di misura: è un rituale sociale, un’abitudine quotidiana che scandisce il passaggio dal lavoro al tempo libero. Un po’ come il nostro aperitivo. Una pinta di birra è quella cosa che bevi con gli amici dopo il lavoro, al pub sotto casa. Definisce quel momento in cui le rotture di scatole sono finite e si rientra nel proprio tempo personale, in cui si mollano le briglie e finalmente ci si rilassa.
Negli ultimi anni, però, quel gesto semplice e identitario è diventato sempre più costoso (e non solo oltremanica).
Il prezzo medio è salito: £5,17 per una pinta
Secondo i dati pubblicati dal Morning Advertiser Pint Price Survey e riportati praticamente da ogni media di Albione, il prezzo medio di una pinta alla spina è salito a £5,17, contro i £5,08 di sei mesi fa.
Per prima cosa notiamo i centesimi, perché gli inglesi hanno un rapporto col prezzo della loro pinta di birra simile a quello che noi italiani abbiamo con la tazzina del caffè. Anche un aumento di pochi centesimi ci fa discutere e ci disturba perché sappiamo che alla fine dell’anno, sommati tutti i caffè al bar, l’impatto sulle nostre finanze sarà reale. Ecco, per gli inglesi è più o meno la stessa cosa.
E non solo. Oltre al prezzo, stanno attentissimi anche a come la birra viene servita, la quantità di schiuma, la precisione della misura, perché se paghi tot. devi avere tot. birra non una goccia di meno.
Piccolo inciso: in UK per tradizione la schiuma deve esser poca, pochissima. Basta farsi qualche turno a un bar del GBBF per rendersene conto: i clienti ti scrutano mentre gli versi da bere perché la tacca sulla pinta è fondamentale e ha anche un significato storico.
Dunque immaginiamoci come vengano seguite le fluttuazioni dei prezzi della pinta.
Le birre con aumenti maggiori
Ci sono birre che hanno subito rincari più marcati, tra cui:
- BrewDog Punk IPA: da £5,64 a £6,34 → +12,5%
- Camden Hells: da £5,72 a £6,34 → +10,8%
- Camden Pale Ale: da £5,59 a £5,69 → +1,7%
Le pinte più care e le più economiche
Facciamo la classifica dei prezzi delle pinte di birra di marchi commerciali, sempre con l’aiuto di The Drink Business:
Le 5 pinte attualmente più care:
Camden Hells – £6.34
BrewDog Punk IPA – £6.34
Beavertown Neck Oil – £6.24
Peroni – £6.14
Asahi – £6.11
Le 5 pinte attualmente più economiche:
Foster’s – £4.47
Budweiser – £4.38
Greene King IPA – £4.36
Carlsberg – £4.23
Tennent’s – £4.23
Nel mezzo tante sfumature di prezzo. La classifica intera è disponibile sul sito: The Drink Business.
CAMRA: “Per molti pub alzare i prezzi è l’unica alternativa alla chiusura”
A commentare l’andamento è CAMRA (Campaign for Real Ale), l’associazione dei consumatori di birra che organizza il GBBF di cui parlavo prima, il Great British Beer Festival, ogni anno la prima settimana di Agosto. L’associazione è chiara: molti pub sono ormai costretti ad alzare i prezzi per poter restare aperti.
I costi dell’energia restano alti, le materie prime rincarano, e il sistema fiscale britannico sta mettendo in difficoltà tutta la filiera. Un paio di anni fa, le tasse sulle birre sono state aumentate, o meglio: è cambiato il sistema di tassazione che ha portato all’aumento. Gli alcolici in commercio vengono tassati non più in base al tipo di bevanda, ma in base al contenuto percentuale di alcol. Tradotto: aumenti delle tasse sulle birre di oltre il 10% e conseguente aumento dei prezzi al consumo.
“Aumentare il prezzo della pinta è, a volte, l’unica alternativa alla chiusura definitiva”
Ash Corbett-Collins, presidente CAMRA
Birrifici indipendenti: un modello sotto stress
La crisi non riguarda solo i pub.
Già nel 2024, un’inchiesta del Guardian denunciava la fine del boom delle birrerie indipendenti, dipingendo un quadro preoccupante: i piccoli birrifici indipendenti UK al limite della sostenibilità. Sì, la domanda di birra artigianale esiste ancora, ma l’aumento dei costi ha portato a una vera ondata di chiusure che non accenna a mitigarsi.
Il Guardian segnala che solo 2023, le insolvenze nel settore sono cresciute dell’82%, passando da 38 a 69 casi. Sono finiti in fallimento nomi come Brew By Numbers (noooooo, ndA), Brick, Black Sheep, e Purity (quest’ultimo nelle Midlands, non a Londra). Tutti poi rilevati da fondi come Breal Group, che ha persino trasferito parte della produzione da Londra a Masham (nello Yorkshire) per ridurre le spese.
Un paradosso per un settore che da dell’identità territoriale uno dei suoi punti di forza.
Perché si chiude: costi, tasse, cambi di abitudini
I problemi che indicava il Guardian sono rimasti più o meno gli stessi: i costi lievitati post-covid e post-guerra, l’aumento assurdo dei tassi d’interesse, il cambio generale delle abitudini di consumo: oggi si beve meno e si fa maggiore attenzione al portafoglio; le accise in UK tra le più alte d’Europa: si stima che un terzo dei ricavi del settore finisca in tasse.
“Siamo il secondo Paese più tassato d’Europa per la birra. I nostri margini sono ridotti all’osso. E sì, si potrebbe fare molto di più per tutelare questa industria”
Sam McMeekin, Gipsy Hill Brewing
La crisi si vede anche al supermercato
Anche sugli scaffali dei supermercati si percepisce la crisi con una concentrazione sui marchi più grandi: i produttori craft presenti nei grandi retail UK sono scesi da 466 (2020) a 383 (2024). Intanto i 10 birrifici più grandi sono passati al 22% del mercato (erano al 18,5% nel 2020). Un segno che la varietà di scelta, uno dei punti di forza del movimento craft, rischia di ridursi drasticamente.
Beer Nouveau è un blog che da qualche anno segue le chiusure dei birrifici artigianali in Gran Bretagna, che sono cominciate da dopo il covid e non si sono mai fermate. Non c’entra solo la pandemia, ma ci si sono messe anche l’inflazione, le tasse. Ci ho scritto un articolo qualche anno fa, intitolato appunto: La fine del boom della birra artigianale in UK?
Il settore craft britannico è stato un esempio, per numeri, per qualità e per suggestioni. Chi se li ricorda i GBBF di una decina di anni fa? Ma da un po’ è in un momento critico, come da altre parti nel mondo, stretto tra costi insostenibili, tasse alte e un sistema fiscale poco lungimirante. E a pagare il conto finale, come spesso accade, sono i piccoli attori del mondo craft: birrifici indipendenti, publican appassionati, e chi quella pinta la beve con rispetto, non solo per abitudine.
Reazioni, soluzioni possibili
Soluzioni, reazioni? Ne registro un paio che non sono esaustive ma solo indicative di (mie) letture parziali in tema: Charles Faram sta sviluppando varietà di luppolo “british made” per sostituire i più costosi Citra, Galaxy e Nelson Sauvin (sul sito ci sono un sacco di varietà, non essendo birraia mi sono persa subito). Lost & Grounded e Gipsy Hill stanno lavorando su modelli più locali e sostenibili, puntando su pub di prossimità e filiere corte.
Certo, le soluzioni esistono: serve una fiscalità più equa, una rete di distribuzione più giusta, e un vero supporto a chi produce valore sul territorio. Ma soprattutto, serve non dimenticare che una pinta a un prezzo onesto non è un lusso: è una scelta politica, culturale, sociale.

