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La fine del boom della birra artigianale in UK?

In Gran Bretagna è in atto la chiusura dei piccoli birrifici, con numeri senza precedenti. Che cosa riserva il futuro alle birre craft britanniche?

Qualche giorno fa il Guardian titolava la fine del boom delle birre indipendenti britanniche.

Brexit, covid, inflazione fuori controllo e un nuovo sistema di tassazione hanno tagliato le gambe al settore. La Brexit in particolare ha provocato l’interruzione dei canali commerciali dei piccoli birrifici, rendendo più difficile e costosa l’esportazione in UE. Un esempio tra tanti, il caso emblematico del birrificio del Kent il cui valore delle esportazioni verso l’Europa è calato da 600.000 a 2.000 sterline in un anno.

Adesso si fanno i conti delle chiusure: sono più di 100 i piccoli birrifici che hanno cessato l’attività negli ultimi diciotto mesi.

Steve Dunkley è il fondatore di Manchester brewery e della taproom Beer Nouveau e tra il 2022 e il 2023 ha tenuto il conto delle chiusure: quest’anno siamo a 33 birrifici, più altri quattro che sono lì lì.

Il covid ha dato una mazzata al mercato dei microbirrifici che da sola sarebbe bastata, ma poi si è aggiunto anche l’aumento dei prezzi che ha fatto raddoppiare i costi di produzione, mentre la base dei clienti si dimezzava. In queste condizioni è difficile andare avanti, e solo i produttori più grandi hanno avuto le risorse per adattarsi alle avversità.

Cos’è successo? Nel momento di crisi i birrifici più grandi e con più risorse strategiche hanno iniziato a proporre ai publican birre meno care in cambio dell’esclusiva sulle vie. E tutto ciò significa anche meno possibilità di smercio delle birre dei piccoli birrifici.

Un altro fattore di complicazione è stata la carenza di CO2 in seguito all’inizio della guerra in Ucraina, un tassello della più generale crisi energetica che ci ha coinvolti tutti. La guerra ha provocato anche un aumento del costo dell’orzo e del luppolo che abbiamo visto anche in Italia: le pinte costano di più praticamente dappertutto.

Il distributore inglese Jolly Good Beer racconta che tre anni fa un keg di birra artigianale di un piccolo birrificio costava in media £100. Adesso costa intorno alle 150 sterline, con la conseguenza che i pub non ce la fanno a comprare come un tempo dai microbirrifici.

I clienti che prima bevevano abitualmente artigianali, non hanno perso il gusto per queste birre, solo adesso si rivolgono alla proposta dei più grandi, come per esempio Brewdog, Camden Town Brewery e Bevertown, che riescono a uscire con prezzi più contenuti. (Il problema dell’indipendenza o meno di certi marchi è una cosa che interessa solo un piccolo settore di appassionati, per il grosso dei consumatori non è una condizione di acquisto.)

Inoltre i birrifici più grandi sono presenti anche nei supermercati dove c’è stato un incremento delle vendite dei loro marchi. È un altro passo verso un mondo della birra più omologato, meno diverso. Un problema grosso per la cultura della birra artigianale che si è consolidata anche sulla possibilità di scelta amplissima tra marchi e birre, con cambiamenti continui e proposte inconsuete.

Sul mercato inglese tutto ciò si traduce in una progressiva, minore disponibilità di birre “strane”: le triple IPA, le pale ale con il 10% di alcol, le lattine particolarissime che costano più di 10 pound e robe così che a noi appassionati piacciono e divertono un monte. La prospettiva è un’offerta sempre più limitata alle birre leggere, meno luppolate che già dominano il mercato, certo, ma era un mercato dove c’era ampio spazio anche per scelte diverse.

Come se non bastasse, un altro aspetto contribuisce alla crisi dei piccoli birrifici britannici: le nuove regole di tassazione introdotte in UK quest’anno. Dal 1 agosto, infatti, gli alcolici in commercio vengono tassati non più in base al tipo di bevanda, ma in base al contenuto percentuale di alcol. Per le birre vuol dire un aumento di più del 10% su bottiglie e lattine – secondo le stime della “Beer and Pub Association” – e uno scenario in cui le birre più alcoliche verranno colpite maggiormente.

Nel frattempo, nel mondo reale, le lager continuano ad essere le birre preferite dalla maggioranza dei consumatori: «70 su 100 scelgono di bere lager», dice Pete Brown (Forest Road Brewery, nella parte Nord Est di Londra). La birra lager è molto più delicata delle sue sorelle più “strong”. Se non è fatta a dovere i difetti si sentono subito rispetto a una IPA in cui il luppolo si può usare per coprire eventuali imperfezioni. Spiega ancora Brown: «The thing is that lager is like being naked on stage. When you have an IPA, you’re smelling and tasting stuff. A flaw that exists in an IPA can be covered with a hop aroma. With a lager, it’s a much more delicate, balanced product.»

Negli Stati Uniti la bolla della birra craft è scoppiata alla fine degli anni Novanta e ora la stessa cosa sta accadendo in UK: «The craft beer bubble burst in the States in the late 90s, and the same thing is happening here now». Quando la birra artigianale ha cominciato a diffondersi, tutti hanno pensato che fosse una cosa fantastica, sono nati sempre più birrifici che hanno iniziato a produrre entrando in competizione tra loro per essere i primi a mettere in commercio la prossima novità e, magari, diventare i prossimi trend setter. A chi non farebbe piacere creare la prossima Tipo Pils?

Tutto ciò ha generato confusione anche nei clienti che hanno difficoltà a riconoscere i marchi chiave e le produzioni uniche. Un grande buglione dove per orientarsi si deve avere un minimo di conoscenza e di esperienza (e anche di interesse specifico), sennò è facile perdersi. «Nei momenti di crisi le persone tornano alle cose che riconoscono. E ora siamo in un momento di crisi,» conclude Brown.

L’articolo del Guardian riporta alcuni numeri che descrivono questo momento di “trouble brewing” dei microbirrifici britannici:

  • 366.300 litri: Produzione media di birra da parte dei membri della Society of Independent Brewers (SIBA), ossia l’11% in meno rispetto al 2019;
  • 684: Birrai indipendenti nel Regno Unito, su un totale di 1.828, all’inizio di quest’anno;
  • 63%: Membri SIBA che dichiarano che il loro obiettivo quest’anno è rimanere a galla;
  • 55,1%: Aumento nel volume di specialty lagers prodotte quest’anno rispetto al 2019;
  • 9,1%: Calo nel volume di birre artigianali in fusto dal 2019.
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Francesca Morbidelli

Mi chiamo Francesca Morbidelli, sono tra i fondatori della Pinta Medicea. Dal 2007 scrivo di birra su questo blog e ne gestisco le varie emanazioni social. Sono docente e giudice in concorsi birrari da ben oltre un decennio, e collaboro sia con MoBI che con Unionbirrai. My beer resume (in English). Amministratrice del sito La Pinta Medicea. Contatti: francesca [at] pintamedicea.com - Twitter: @pintamedicea - LinkedIn Francesca Morbidelli.

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