Riflessioni sul futuro della birra dopo l’International Beer Strategies Conference 2022

All’inizio di ottobre sono stata invitata a partecipare all’International Beer Strategies Conference un evento internazionale organizzato da Arena – Just Drinks, incentrato sull’industria della birra: stato attuale, tendenze, prospettive, hype ecc. che quest’anno si è svolto a Fiumicino.

Prima del resoconto, vorrei ringraziare Mrs. Megan Gleave dell’organizzazione per il gentile e gradito invito a raccontare la mia esperienza nel mondo della birra artigianale e Mr. Kevin Baker, Director of Alcoholic Beverages GlobalData, per aver moderato il mio incontro col pubblico. Grazie!

Di seguito qualche riflessione dopo questa importante occasione di ascoltare le opinioni dei rappresentanti di alcune grandi società connesse al mondo della birra – per lo più industriale ma non solo – e del beverage.

C’è un trend salutista che spinge verso lo zero alcol, lo zero zucchero, lo zero carboidrati e trova espressione, per esempio, nei cosiddetti mocktails, ovvero i cocktail analcolici che imitano quelli canonici. Ne ho assaggiati alcuni all’Hilton di Fiumicino durante l’International Beer Strategies Conference 2022, dove sono stata invitata a parlare dell’accoppiata micidiale “birre + donne” in una delle tavole rotonde dell’evento. Un evento B2B importante in cui, a lato delle conferenze, c’erano anche diverse aziende con il loro stand a presentare prodotti innovativi, tra cui alcuni “mocktail zero tutto” che ho assagiato per curiosità e per capire meglio. Si tratta di cocktail “finti” – da qui il nome mock=finto – rigorosamente senza zucchero, senza alcol, sugar free ma con un gusto dolcissimo, oltre lo stucchevole.

Più tardi, sul Frecciarossa che mi riportava a Firenze, ho preso una Coca Zero al posto del solito caffè: era freschina, non fredda e ci ho ritrovato esattamente quel dolce stucchevole – troppo, per il mio gusto – che avevo sentito degustando quei mocktail mentre mi venivano descritti come estremamente salutari. Ora, se dovessi scegliere tra bere una cosa del genere e una birra a bassa gradazione alcolica ma fatta con tutti i crismi, non avrei dubbi su cosa sia più salutare: la birra, naturalmente, che sarebbe la mia prima scelta sia per il godimento delle papille sia perché tra le due la reputo la bevanda più sana.

“Questi aromi naturali sono il futuro” mi dice Michael, un ragazzone palestrato americano allo stand di una multinazionale dei dolcificanti, mentre mi spiega come vengono fatti i mocktail che sto annusando. Lo ascolto volentieri mentre, gentilissimo, mi racconta perché lo sviluppare e il diffondere il più possibile l’uso di questi aromatizzanti sia importantissimo per il nostro futuro. Per il futuro del genere umano, intende Michael. Parla di risorse e sostenibilità che scarseggiano. Io che vengo dal mondo della birra artigianale – tutto territorio, tradizioni, cultivar locali, chilometro zero, erbe raccolte dietro casa – inorridisco un po’. Però il discorso di Michael è molto interessante, anche se vira subito sull’apocalittico. Lui dice che la sovrappopolazione e il cambiamento climatico stanno riducendo le risorse del pianeta – sacrosanto – risorse che in un futuro piuttosto prossimo, saranno sempre più scarse per tutti. Lo dice come se stesse già accadendo, ora, proprio a noi che siamo in questa sala all’Hilton di Fiumicino dove si sta svolgendo l’International Beer Strategies Conference 2022, e mi fa salire un filo d’ansia.

Però anche io penso che Michael abbia ragione, lo scenario è preoccupante. Dunque la necessità di ricorrere alla biochimica per la sopravvivenza è cosa prioritaria e, a sentir lui, anche piuttosto impellente. Lo ascolto con attenzione perché penso che ci sia del vero anche se, mettendo il naso in quei mocktail rabbrividisco: si sente che contengono aromi artificiali, mancano completamente della freschezza dei frutti veri. Ce n’è uno con l’ananas decisamente chimico all’aroma: niente a che vedere con il profumo di ananas fresco che di per sé è già stra-invadente (secondo i miei gusti, naturalmente).

Quello che emerge dagli interventi che ho visto e dalle persone con cui ho parlato all’International Beer Strategies Conference 2022, è la tendenza che si delinea nel mercato globale della birra, ad abbracciare lo “zero alcol”, le poche calorie, i pochi carboidrati, lo zero e low tutto. Lo so, in alcuni casi sono sinonimi, ma sono tutti messaggi che derivano dai claim birrari che si sentono in giro e che ho orecchiato a Fiumicino. E d’oltreoceano arriva anche il messaggio (sbagliato) che poche calorie uguale sano.

Da qui l’ascesa degli hard seltzer che stanno conoscendo un hype pazzesco, perché sono bevande facili da produrre, hanno poche calorie e funzionano perfettamente come integrazione della linea produttiva di un birrificio. L’hard seltzer è una bevanda aromatizzata, poco alcolica (di solito intorno ai 5%) ed è vista come un’alternativa salutare alla birra e alle altre bevande alcoliche cosiddette “ready to drink”. In più costa pochissimo produrre hard seltzer ed è molto semplice: praticamente sono acqua gasata a cui si aggiungono aromi e alcol.

A un altro stand incontro qualcuno di ITS Taste, azienda inglese che produce aromi naturali. Mi spiegano che si usano anche per le birre, sia quelle filtrate che quelle non filtrate, e che sono in grado di ridurne fino al 50% i contenuti di zucchero, senza però impattare sulle qualità organolettiche e sul mouthfeel.

Penso ad alcune produzioni del mondo artigianale in cui si usano frutti di varietà pressoché sconosciute che il birraio ha magari nei campi dietro casa e decide di fare quella birra proprio con quella frutta lì che non conosce nessuno. Forse non sono pronta per il futuro, ma questo è un mondo che mi piace di più e in cui voglio stare. Tuttavia è lecito chiedersi: è sostenibile? Per quanto tempo ancora?

Il mercato sta cominciando ad apprezzare in modo consistente anche il sidro. Qui tutto ok, mi piacciono e alcuni sono spettacolari con un’estrema soddisfazione di bevuta.

Un’altra bevanda connessa alla birra (per me in modo nefasto, chiedo scusa agli estimatori) sono le radler. Sempre da Michael ne assaggio una a zero alcol, narturalmente agli aromi artificiali e confermo i miei pregiudizi. Non è il mio gusto, la trovo troppo dolce, ed è troppo blasfemo mancare di rispetto così a una birra.

Tuttavia gli aspetti etici e ambientalistici delle nostre azioni commerciali sono fondamentali. Specialmente oggi, e sempre più in futuro. Direzionano i consumi ed includono vari segmenti di mercato che compaiono nelle brochure dei grandi marchi commerciali di birra: sostenibilità produttiva, zero emissioni, packaging “verde”… tutti concetti importanti per qualsiasi tipo di consumatore, non solo quello di birra, e credo troveranno sempre più spazio anche nel mondo della birra artigianale.

A cui si aggiunge la sensibilità per le produzioni bio e anche il “drink local” per supportare la propria comunità che è un concetto anglosassone (mi vengono in mente certe campagne del CAMRA, per esempio) ma che spesso si abbraccia con entusiasmo anche qui da noi. “Drink local” per me significa qualcosa in più, ovvero scegliere birre fatte (anche) con materie prime del posto di provenienza del birrificio, con un occhio – ma facciamo anche due – alla genuinità del prodotto che deve essere sano, non perché poco calorico, ma perché non trattato.

Per gli americani (e forse anche i nord europei) un approccio sano significa “sugar free” e “low carbs”. Il che è un bene, naturalmente, ma penso che vivere sano sia anche evitare le bevande e i cibi trattati – “processed food” – cercando di rispettare l’ambiente. Non è facile, non ho le risposte, ma il discorso mi interessa e ci riguarda tantissimo. Spero il futuro ci riservi la possibilità di accedere a prodotti – la birra – fatti con materie prime naturali, di stagione, la cui coltivazione non sia costata un mezzo scempio ambientale e sociale, lo stesso farle arrivare fino al birrificio, il chilometro zero se e quando possibile, senza ridicoli estremismi, ma con un occhio prioritario al proprio territorio e alle cose buone laddove possibile. È forse troppo?

 

[Foto di BENCE BOROS su Unsplash]

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Francesca Morbidelli

Mi chiamo Francesca Morbidelli, sono tra i fondatori della Pinta Medicea. Dal 2007 scrivo di birra su questo blog e ne gestisco le varie emanazioni social. Sono docente e giudice in concorsi birrari da un decennio, e collaboro sia con MoBI che con Unionbirrai. My beer resume (in English). Amministratrice del sito de La Pinta Medicea: francesca [at] pintamedicea.com - Twitter: @pintamedicea e @storiediweb

Un pensiero su “Riflessioni sul futuro della birra dopo l’International Beer Strategies Conference 2022

  • 12/11/2022 in 3:26
    Permalink

    Buongiorno Francesca, leggo ancora una volta con interesse i tuoi articoli ed ancora una volta mi trovi d’accordo su tutte le tue riflessioni. Purtroppo si sa che noi abusiamo di un bene prezioso, l’ acqua, e solo quest’anno però sembrava importante l’argomento. Mi sorprende nessuno tiri fuori questo argomento però

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