Brewers Association modifica (ancora) la definizione ufficiale di birra artigianale

Nei giorni scorsi la Brewers Association, ha proposto di cambiare la definizione di birrificio artigianale valida per gli iscritti. La BA è l’associazione dei produttori di birra artigianale degli Stati Uniti, l’equivalente della nostra UnionBirrai. A differenza di quanto accade in Italia, dove abbiamo una legge che definisce che cosa è (e soprattutto che cosa non è!) la birra artigianale, negli USA è proprio la Brewer Association che stabilisce che cosa sia la birra artigianale e lo fa in base agli interessi dei propri iscritti. Si tratta di un’associazione molto potente, in passato ha fatto grandi azioni di lobbying a favore dei birrifici indipendenti e a tutela delle birre craft. Attualmente, per esempio, stanno formando un comitato di azione politica al fine di rendere permanente il CBMTRA, la legge federale che ha tagliato in modo significativo le tasse sui piccoli birrifici.

Qualche anno fa a Rimini, il presidente (e birraio di Left Hand) Eric Wallace venne a raccontarci la storia del movimento artigianale americano, della nascita della BA e della sua capacità di far pressione sul mondo politico in favore dei piccoli birrifici. Fu un incontro molto bello che ricordo ancora con piacere. Da allora di strada ne è stata fatta tanta anche qui da noi; Unionbirrai è diventata associazione di categoria e si muove sempre più efficacemente per tutelare prodotti e produttori nostrani.

Ma torniamo all’America. La definizione di birrificio artigianale della BA è basata su tre punti:

  • piccola produzione (non oltre i 6 milioni di barili all’anno);
  • indipendenza (non oltre il 25% delle quote in mano alla grande industria);
  • tradizione (più del 50% della sua produzione deve essere di birra).

Ed è proprio sull’ultimo punto, la tradizione, che il consiglio della BA ha proposto di intervenire. Tale proposta arriva dopo una serie di interviste sottoposte a un migliaio di soci, per capire meglio che genere di prodotti alcolici, a parte la birra, stessero mettendo sul mercato. Dalle risposte è apparso chiaramente che i vincoli dati dal terzo punto andassero aggiornati. Dunque si tratta di una notizia importante anche perché dà un’idea dello stato e della direzione che sta prendendo il mercato della birra artigianale.
Eric Wallace ha dichiarato: “Ciò che abbiamo appreso da questo sondaggio è che quasi la metà dei membri sta già producendo – e più della metà prenderebbe in considerazione la possibilità di farlo in futuro – prodotti che non tradizionali per la BA, come sidro o idromele e altri prodotti soggetti alla stessa tassazione della birra: hard selzter, sake, kombucha (fermentati a base di tè), ecc. “. Inoltre dalle interviste è emerso un altro dato importantissimo: “Quasi la metà degli intervistati ha dichiarato che prenderebbe in considerazione la produzione di birre fatte coi prodotti della cannabis: CBD (cannabidiolo) o THC (tetraidrocannabinolo), nel caso in cui ci sia un cambiamento delle leggi federali su questi prodotti”.

Eliminando il terzo punto, dunque, si andrà incontro alle esigenze reali e attuali dei birrai, ma allo stesso tempo i birrifici artigianali avranno la facoltà di diventare principalmente “altro”, perdendo l’identità distintiva di birrificio.

La cosa che mi piace è che la definizione di birrificio artigianale viene considerata variabile nel tempo, in base alle circostanze che si vengono a creare. Se pensiamo alla definizione di birra artigianale in Italia, abbiamo infatti una serie di caratteristiche tagliate sulla situazione produttiva del nostro paese che disegnano uno scenario completamente differente da quello americano. Un esempio su tutti: da noi un birrificio artigianale per essere tale non deve superare i 200.000 hl all’anno di produzione, negli USA lo stesso limite è posto a 7.020.000 hl (6 milioni di barili).

In futuro anche i nostri birrifici potrebbero prendere la strada della diversificazione della produzione e affiancare alle birre artigianali altre bevande alcoliche. Se ci pensiamo un attimo Baladin lo fa già, per esempio. Anzi, tira fuori anche prodotti nuovi, come il vermouth a base di birra o beermouth.

Ritornando alla situazione della Brewers Association, la necessità di cambiare la definizione nasce anche da una situazione concreta: il maggior socio votante sta rischiando di uscire dal range dei birrifici artigianali e abbattere in un colpo solo il peso del settore artigianale. Si tratta della Boston Beer Company che produce anche le linee di prodotti Samuel Adams, Angry Orchard, Twisted Tea e Truly Spiked & Sparkling. Secondo i dati di BA, nel 2017 la Boston Beer Company ha prodotto 2 milioni di barili di birra su una produzione totale di bevande alcoliche di circa 3,8 milioni di barili. Da quest’anno le proporzioni dovrebbero cambiare e le altre bevande alcoliche superare il 50% della produzione totale, facendo così perdere alla Boston Beer Company lo status di “birrificio artigianale”.
Questo sarebbe un duro colpo per tutto il comparto artigianale statunitense, se si considera che da sola Boston Beer Company contribuisce per l’8% sul volume totale della birra artigianale prodotta negli USA, impattando in modo significativo sul rapporto annuale del settore.
La BA si è affrettata a far sapere che la necessità di cambiare la definizione non deriva dal rischio di esclusione dei volumi di Boston Beer Company. Nella loro visione Boston Beer Company è il primo caso di un trend che si va costituendo, a cui devono fare attenzione come associazione. Tuttavia c’è chi, come Vinepair, sostiene che il vero motivo sia proprio questo, e li accusa di cambiare la definizione per accontentare la Boston Beer Company, mentre in giro non c’è tutta questa esigenza diffusa, e birrifici come Founders rimangono fuori (anche se occupano la prima posizione nella classifica dei migliori birrifici artigianali di Untappd).

Da questo articolo emergono tanti spunti di riflessione, sulle differenze di concezione che ci possono essere riguardo alla birra artigianale che è una definizione che a mio avviso non si presta a essere ingabbiata in numeri e quote, ma forse dovrebbe ruotare su qualità di materie prime, lavorazione e prodotto finale. Ciò che è artigianale in America non lo è da noi. Non solo per i volumi, ma anche la questione stessa dell’indipendenza è gestita con delle differenze significative: da noi è totale, mentre negli USA un birrificio artigianale per essere considerato indipendente non può avere più del 25% delle quote in mano esterna.
Il mercato della birra poi non cresce, ci sono altre bevande alcoliche che si impongono nei consumi degli americani, sia ritornando in auge come i sidri, sia novità tipo gli “hard seltzer” che confesso di essere andata a sbirciare come Cronache di Birra l’avesse tradotto perché non avevo idea di che cosa fossero. Ho dovuto chiedere lumi a un’amica americana che mi ha detto che si tratta di un’acqua molto frizzante, aromatizzata in vari modi e ovviamente alcolica. Un tipo di bevanda piuttosto popolare negli USA perché ha pochi carboidrati e poche calorie nonostante il contenuto di alcol. Non mi è venuta voglia di assaggiarlo.

Non so che cosa succederà, spero solo non si perdano lo spirtito e la passione che vengono fuori da questo video – I am a craft brewer – ormai di quasi una decina di anni fa, testimonianza di un mondo craft americano che adesso mi pare stia scomparendo.

Foto: Eric Wallace e Simone Monetti a Selezione Birra 2013 (foto mia, tratta dal mio articolo Eric Wallace, birraio di Left Hand a Selezione Birra 2013 del 27 marzo 2013).

 

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Pinta Medicea

Mi chiamo Francesca Morbidelli, sono tra i fondatori della Pinta Medicea. Dal 2007 gestisco e scrivo di birra artigianale su questo sito. Sono docente e giudice in concorsi birrari da quasi un decennio, e collaboro sia con MoBI che con Unionbirrai. Amministratrice del sito de La Pinta Medicea: francesca [at] pintamedicea.com - Twitter: @pintamedicea e @storiediweb

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